Preloader
La storia di

MATTIA BREUZA

Imprenditore | Breuza Ingegneria Naturalistica

MATTIA BREUZA

La storia di MATTIA BREUZA - Imprenditore | Breuza Ingegneria Naturalistica

Quando mi è stato proposto di entrare in Private Community ero sinceramente scettico. Vengo da un contesto in cui il lavoro "vero" è quello di cantiere: ingegneria naturalistica, movimento terra, macchine, terra, cantieri aperti. Tutto ciò che non è fisico, tangibile, misurabile a colpo d'occhio - come corsi, riunioni, formazione - per molti, e per me per primo, è sempre sembrato tempo sottratto all'azienda.

Per qualche anno ho rifiutato l'idea. Continuavo a pensare che il mio dovere fosse stare in cantiere, controllare i lavori, occuparmi dell'operatività e basta. Poi è arrivata la proposta di una persona di cui mi fido molto. Lui ha insistito, con quella semplicità che alla fine ti mette con le spalle al muro: "Vieni almeno una volta. Male che vada ti sei portato a casa una cena."

Mi sono detto che in fondo non avevo molto da perdere. E così, quasi più per fiducia nella persona che nella proposta, ho accettato.

Quella prima sera è stata diversa da come me l'ero immaginata. Mi sono trovato in un gruppo di imprenditori e professionisti molto eterogenei, per settore e dimensione aziendale, ma con un clima di confidenza e vicinanza che non mi aspettavo. Non era la solita formazione fredda e teorica. Era un luogo in cui le persone parlavano davvero di ciò che stava succedendo nelle loro aziende, senza filtri.

Quello che mi ha colpito di più all'inizio è stata una scoperta apparentemente banale, ma per me dirompente: aziende completamente diverse dalla mia - chi in agricoltura, chi in altri comparti - avevano problemi molto simili ai miei. Una sera, seduto accanto a un imprenditore agricolo, abbiamo passato mezz'ora a parlare delle stesse difficoltà legate alla manodopera straniera che vivo io nei cantieri. Ho pensato: se lui, che fa un lavoro così diverso dal mio, si ritrova nelle mie stesse dinamiche, allora probabilmente non sono un caso isolato. Forse la mia impresa non è così "strana" come avevo sempre creduto.

Da lì è iniziato un cambio di prospettiva profondo.

Io lavoro nell'ingegneria naturalistica e nel movimento terra, un ambito dove storicamente si è portati a ragionare in termini di numeri molto concreti: spendo dieci, devo incassare quindici per avere cinque. Per me il guadagno era l'obiettivo centrale, quello che scrivevo nella scheda quando indicavo i miei traguardi: utili, margini, fatturato.

Nei percorsi Mindset e Skillset, invece, mi hanno portato a rimettere completamente in discussione questo approccio. Ho iniziato a chiedermi quale fosse davvero il cliente che volevo, quali progetti erano allineati ai miei valori e quali no. Ho scoperto una cosa per me rivoluzionaria: non ogni cliente è un buon cliente. Non sono obbligato a lavorare con qualcuno solo perché "paga". Posso scegliere. Posso decidere di rinunciare a chi, pur garantendo fatturato, porta stress, conflitti, situazioni che non rispecchiano il modo in cui voglio lavorare.

Parallelamente, ho smesso di considerare il denaro come obiettivo principale. Ho iniziato a vederlo come una conseguenza naturale di un lavoro fatto bene. L'obiettivo vero è fare un buon lavoro, con cura, professionalità e rispetto dei miei valori. Se questo è chiaro e coerente, il guadagno arriva dopo. Non è più il fine, ma l'effetto.

Nel frattempo si è aperto un altro fronte importante: il rapporto con i miei collaboratori. Prima avevo un'impostazione molto chiusa, quasi difensiva: io faccio il mio, voi fate il vostro, ci parliamo il minimo indispensabile. L'importante era che il lavoro venisse fatto. Punto.

Con il percorso in Private ho iniziato a cambiare registro. Ho cominciato a raccontare di più dove volevo andare con l'azienda, quali erano i miei valori, cosa intendo per "lavoro fatto bene". Soprattutto, ho iniziato a fare una cosa che prima non mi veniva naturale: chiedere il loro parere. Chiedere come vedono loro un problema, come affronterebbero una certa situazione.

È stato illuminante. Mi sono reso conto che chi lavora sul campo tutti i giorni ha spesso idee pratiche, soluzioni creative, piccoli accorgimenti che fanno davvero la differenza. Se io da solo arrivo fino a tre, loro molte volte mi portano il quattro. Per anni non chiederlo è stato uno spreco, per me e per loro. Ora, quando arriva una proposta, non guardo più "chi" l'ha fatta, ma che valore ha l'idea. Questo, nel tempo, ci ha reso davvero più simili a un team.

Un altro passaggio importante è stato il coraggio di dire ad alta voce qualcosa che, nella cultura da cui vengo, è quasi scandaloso: il mio lavoro non è solo un lavoro. È anche una passione.

Per molto tempo non ho osato dirlo. Viviamo in una società in cui dichiarare che ti piace lavorare non è particolarmente popolare. Si ha quasi paura di essere giudicati. Eppure, grazie al confronto con gli altri membri della community, ho capito che quella passione non solo era legittima, ma andava riconosciuta e nutrita.

Oggi posso dire con tranquillità che non faccio questo mestiere solo per lo stipendio. Mi piace affrontare sfide complesse, trovare soluzioni tecniche, migliorare l'organizzazione dell'impresa, far crescere il modo in cui lavoriamo. Questo non significa che il lato economico non sia importante, ma che non è l'unico metro con cui misuro ciò che faccio.

Il lavoro in Private non si è fermato all'azienda. Ha avuto effetti anche sulla mia vita personale. Parlando con imprenditori più grandi, alcuni mi hanno confidato di essersi accorti troppo tardi di aver sacrificato troppo la famiglia a favore del lavoro. Altri, più vicini a me per età, mi hanno raccontato l'importanza di prendere decisioni chiare sul proprio tempo, senza nascondersi dietro alla scusa del "non posso mancare".

Ho iniziato a ragionare in modo diverso sulle priorità. Dire che la famiglia è importante non basta: bisogna dimostrarlo nell'agenda, nelle scelte concrete. Se c'è un momento importante per un figlio, devo decidere se per me, in quel momento, viene prima il cantiere o quella presenza. E devo avere la coerenza di comunicarlo, anche a clienti e collaboratori, senza vergognarmene.

Guardandomi indietro, questi due anni in Private Community sono stati tutt'altro che una parentesi di "teoria" staccata dalla realtà. Sono stati un lavoro profondo su di me: su come mi vedo come imprenditore, su come mi relaziono alle persone, su come definisco il senso del mio lavoro.

Oggi vivo la mia impresa di Ingegneria Naturalistica meno come un peso da portare sulle spalle e più come una sfida da affrontare con consapevolezza. E pensare che tutto è iniziato da una proposta che, all'inizio, avrei voluto rifiutare, e da una cena a cui sono andato quasi per caso.